1925
L’8 gennaio, a Roma, nasce Gianni Dova. Il padre Edmondo, piemontese di origine, è un commerciante di tessuti. L’artista lo ricorda come un poeta: è stato il padre a trasmettergli la passione per il mare, una delle passioni dominanti della sua vita. La madre, Isabella Maria von Rauchensteiner, è di Monaco di Baviera e il nonno materno, Karl von Rauchensteiner, era pittore e aveva affrescato diverse chiese nella Baviera e nel Tirolo. Isabella tornava a Monaco quando le era possibile e portava il piccolo Gianni con sé; il paesaggio del Nord è così entrato nel cuore e nella mente dell’artista, con i grandi boschi pieni di ombre e di mistero che, nella fantasia dell’infanzia, si popolavano di folletti, di gnomi, di lupi cattivi e di mostri orrendi.
1936
A undici anni entra nel collegio San Leone Magno dei padri gesuiti, a Roma. Vive il collegio con un profondo senso di angoscia. Sembra trovare conforto là dove gli altri provano inquietudine, nelle storie dei fantasmi di cui si raccontava fosse popolata la scuola, che l’artista sente invece come presenze familiari.
1939
Dopo un breve soggiorno a Padova, si stabilisce con la famiglia a Milano. Rimane subito affascinato dalla vita e dall’ambiente degli artisti che vivono e lavorano in città.
1942
Inizia a frequentare il Liceo artistico e gli ambienti dell’Accademia di Brera, il bar Giamaica, il «caffè della Sciura Titta», la latteria delle sorelle Pirovini. Gli incontri e le frequentazioni con artisti e scrittori lo convincono definitivamente a intraprendere la strada dell’arte.
1943-1945
Viene bocciato un anno al Liceo artistico a causa della cattiva condotta. Guarda a maestri come Cassinari, Morlotti e Birolli, ammirati, ma anche contrastati, nella continua ricerca di un approdo sicuro in anni tanto travagliati, trovandolo soprattutto in chi è più direttamente coinvolto nella vita partigiana. Una forte attrazione esercita il Picasso di Guernica (1937), opera conosciuta attraverso riproduzioni che circolano per lo più clandestinamente: i giovani artisti milanesi lo vedono come il simbolo della lotta contro l’estetica ufficiale e la dittatura. Gli artisti di «Corrente» sono il primo tramite per fare del quadro il manifesto per tutte le aspirazioni alla libertà. Al termine degli studi superiori si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera, ma la frequenta solo per due anni. I suoi maestri sono Carpi, Carrà e Funi, mentre ha come compagni Giuseppe Ajmone, Alik Cavaliere, Alfredo Chighine, Giuseppe Migneco, Enrico Baj, Cesare Peverelli e Roberto Crippa. Proprio insieme a quest’ultimo, amico inseparabile, viene concesso a Dova l’uso dell’ex studio di Hayez all’interno dell’Accademia. Gli amici li chiamavano addirittura «Crippa&Dova».
1945
Brera è un mondo a parte: gli artisti si sentono l’avanguardia di nuove idee e di nuovi valori, sanno di dover trasmettere un messaggio di libertà con il lavoro e con la vita, con un costante impegno, consapevoli che la loro opera può cambiare il mondo. Sposa Maria Grazia della Valle, anche lei studentessa di Brera, conosciuta l’anno precedente durante un giorno di esami.
In aprile i tedeschi lasciano Milano che viene liberata dagli alleati.
1946
In marzo firma il Manifesto del realismo (Oltre Guernica) con Ajmone, Bergolli, Bonfante, Morlotti, Paganin, Tavernari, Testori, Vedova, che viene pubblicato su «Numero».
Picasso non è solamente un punto di riferimento ideologico, ma anche stilistico; la pittura di Dova di questo periodo, infatti, è di stampo «neocubista», i cui soggetti privilegiati sono teste, nature morte, animali e ritratti deformati à la Picasso e contenuti in contorni scuri rigidi e marcati.
Ha un contratto con il collezionista Antonio Boschi che acquista numerose sue opere, oggi parte della collezione Boschi-Di Stefano donata nel 1974 al Comune di Milano.
Vince il Premio Medardo Rosso a Brera e il Premio Vincaro.
Nasce la figlia Maurizia.
1947
Sottoscrive un contratto con il gallerista Carlo Cardazzo della Galleria del Naviglio di Milano e della Galleria del Cavallino a Venezia. Si interessano alle sue opere anche Filippo Schettini, Vittorio Barbaroux, Peppino Palazzoli, Bruno Grossetti e la Galleria Berlanda.
Gli viene concesso uno spazio all’interno dell’Accademia di Brera dove poter lavorare e viene seguito dalla storica dell’arte Eva Tea, che si interessa anche di altri giovani artisti come, ad esempio, Roberto Crippa, con il quale Dova aveva instaurato un profondo rapporto umano e lavorativo.
Con Remo Brindisi e Ibrahim Kodra fonda il gruppo Linea, che segna una prima rottura con il postcubismo ampiamente diffuso tra i giovani artisti: compaiono «animali fantastici», soprattutto tori e uccelli, che risentono di un rinnovato clima surrealista, bidimensionali e resi con linee più libere e morbide rispetto alla produzione precedente.
1948
Firma il Secondo manifesto spaziale del 18 marzo 1948 con Lucio Fontana, Giorgio Kaisserlian, Beniamino Joppolo, Milena Milani e Antonino Tullier.
Viene invitato da Ettore Sottsass, coordinatore milanese, alla prima rassegna Arte astratta in Italia presso la Galleria di Roma, organizzata per iniziativa del gruppo Forma.
Si forma il MAC Movimento Arte Concreta al quale viene affiliato assieme a Roberto Crippa, grazie anche alla conoscenza con Atanasio Soldati. Sono di questo periodo, infatti, opere più marcatamente astratto-geometriche. In estate visita la Biennale di Venezia dove viene impressionato dalla mostra della Collezione Guggenheim curata da Giulio Carlo Argan.
1949
Ha l’occasione di visitare la mostra di Wols presso la Galleria del Milione. Con Roberto Crippa e Atanasio Soldati partecipa alla decorazione a mosaico, conclusa entro il 1951, di alcuni pilastri della «Casa a 11 piani» di Pietro Lingeri e Luigi Zuccoli realizzata al QT8, il quartiere sperimentale della Triennale di Milano.
1950
È il momento di maggiore consonanza con il MAC. Dova, infatti, collabora, in sintonia con gli ideali di «sintesi delle arti», con l’architetto Vittoriano Viganò nell’arredamento di una casa con un grande pannello astratto.
A ottobre la mostra di Pollock alla Galleria del Naviglio lo colpisce in modo particolare. Questa, insieme al diffondersi del surrealismo e alle teorie espresse nei diversi manifesti spaziali, lo convince a provare una pittura nuova, più informale e gestuale, utilizzando smalto o olio emulsionato su carta o tela. Realizza uno smalto su carta intitolato Atomico, probabilmente in relazione alle opere che Lucio Fontana stava presentando in quel periodo, i Concetti spaziali, allusioni alla nuova realtà atomica.
1951
Suggestionato, forse, dagli esperimenti nucleari statunitensi e dalle deflagrazioni sottomarine, realizza opere informali in cui compaiono forme liquide e ameboiche, di impronta precocemente tachiste nell’ambito milanese.
In novembre firma il Manifesto dell’Arte Spaziale, scritto dopo una discussione avvenuta alla Galleria del Naviglio la sera del 26 novembre, insieme ad Anton Giulio Ambrosini, Giancarlo Carozzi, Roberto Crippa, Mario De Luigi, Lucio Fontana, Virgilio Guidi, Beniamino Joppolo, Milena Milani, Berto Morucchio, Cesare Peverelli, Vinicio Vianello.
Partecipa all’allestimento e alla decorazione per la IX Triennale di Milano, collaborando con Lucio Fontana che realizza il famoso neon sospeso sopra lo scalone d’onore. A Dova e Roberto Crippa viene affidato il compito di decorare le due rampe di scale che dal piano terreno conducono al seminterrato: Dova realizza delle sculture coniche che pendono dal soffitto come stalattiti, coperte da vernice alla luce di Wood. Sempre per la Triennale allestisce la sezione Forma e colore nello sport, assieme a Crippa e a Umberto Milani, costruendo alcuni manichini in fil di ferro.
Collabora con Marco Zanuso nella decorazione astratta in piastrelle Fulget per un condominio in viale Gorizia 14-16 a Milano, tuttora esistente e segnalato subito sulle riviste «Domus» e «Spazio».
Realizza forse un pannello decorativo per l’arredamento di una casa curato da Vittoriano Viganò: ne dà notizia Luigi Moretti su «Spazio».
La Composizione con cui partecipa al Premio Borletti viene pubblicata da Gio Ponti su «Domus».
1952
In aprile vince il Premio Gianni, organizzato annualmente da Carlo Cardazzo nella Galleria del Naviglio, dedicato alla bomba atomica. Questo porterà, il 16 maggio, a uno scontro con i nucleari Joe Colombo, Enrico Baj, Enzo Preda, Giorgio Kaisserlian e Antonino Tullier, per questioni inerenti alla priorità del «Nuclearismo».
In maggio firma il Manifesto del Movimento spaziale per la televisione, insieme ad Anton Giulio Ambrosini, Alberto Burri, Roberto Crippa, Mario De Luigi, Bruno De Toffoli, Enrico Donati, Lucio Fontana, Gian Carozzi, Virgilio Guidi, Beniamino Joppolo, Guido La Regina, Milena Milani, Berto Morucchio, Cesare Peverelli, Tancredi Parmeggiani e Vinicio Vianello.
Alla Biennale di Venezia conosce Michel Tapié cui mostra il proprio lavoro.
Nelle sue opere iniziano a comparire forme circolari all’interno di quelle più ampie e informali, quasi come fossero occhi di creature misteriose e fantastiche.
Forse proprio in virtù di questa produzione viene invitato da Violetta Besesti a partecipare alla Mostra del Surrealismo presso gli Amici della Francia.
1953
Sottoscrive il manifesto Lo Spazialismo e la pittura italiana del XX secolo, redatto da Anton Giulio Ambrosini in occasione della mostra Artisti spaziali (Galleria del Ridotto, Teatro La Fenice, Venezia), insieme a Edmondo Bacci, Giuseppe Capogrossi, Roberto Crippa, Mario De Luigi, Bruno De Toffoli, Enrico Donati, Lucio Fontana, Virgilio Guidi, Sebastián Matta, Gino Morandi, Cesare Peverelli, Jaroslav Serpan, Tancredi Parmeggiani, Vinicio Vianello.
A fine anno sembra attraversare un periodo di crisi creativa alla fine del quale si apre una nuova fase pittorica.
1954
Per la X Triennale di Milano realizza il soffitto dell’atrio di ingesso, mentre a Roberto Crippa viene affidato il disegno del pavimento. Sempre per la Triennale è curatore, insieme a Sirio Musso ed Ettore Sottsass, della mostra La litogra
fia in Italia. Sono esposte stoffe realizzate su suoi disegni e anche ceramiche in occasione dell’Incontro Internazionale dei Ceramisti, curato da Tullio d’Albisola e J.C. (Joe) Colombo.
Invitato da Tapié e dal mercante d’arte Jacques Larcade, si stabilisce a Parigi, in un atelier sopra la Galerie Rive Droite in Rue du Faubourg Saint-Honoré. Qui conosce e frequenta Charles Estienne, Édouard Jaguer e Alain Jouffroy.
La sua pittura, a contatto con Max Ernst (che viene premiato alla Biennale di Venezia) e Wilfredo Lam, dopo un periodo di transizione, inizia ad alludere a una figurazione zoomorfa declinata in senso surrealista.
1955
Viene invitato, insieme ad altri pittori, a realizzare un ritratto di Gina Lollobrigida.
Vince il primo Premio Giovani Pittori Internazionali, organizzato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Viene anche premiato nell’ambito del Premio La Rinascente Compasso d’Oro per il disegno del tessuto Novoshantung Perlisa Arcobaleno P.496 della manifattura JSA di Busto Arsizio.
Le sue opere si popolano di creature antropomorfe e aggressive, munite di corazze, tenaglie e mandibole voraci.
Durante l’estate in Sicilia realizza anche ceramiche tra il surreale, il primitivo e l’ironico, che evocano maschere tribali.
1956
Soggiorna ad Anversa, in Belgio, dove, l’anno successivo, apre uno studio e approfondisce ulteriormente la componente surrealista della sua pittura. Qui entra in contatto con l’espressionismo nordico del gruppo Cobra e conosce alcuni esponenti del Surrealismo, come Wifredo Lam, Roberto Sebastián Matta e Victor Brauner.
Verso fine anno si precisano le figure antropomorfe, con contorni fortemente incisi.
1957
Soggiorna più volte a Parigi nel suo studio in Quai de Berry.
Pubblica a Milano una cartella con sei litografie e un disegno intitolata Personaggi.
Tristan Sauvage (Arturo Schwarz) riconosce a Dova un ruolo di primo piano per lo sviluppo delle poetiche nucleari a Milano nel suo libro Pittura italiana del dopoguerra (1945-1957).
Enrico Crispolti, conosciuto all’inizio dell’anno, progetta una sua monografia nella collana di Edizioni Mediterranee con l’apporto della Galleria La Medusa di Roma.
André Pieyre de Mandiargues pone la sua pittura in relazione con i primitivi fiamminghi per i valori della tinta, l’asprezza metallica, la secchezza incisiva del disegno, l’immaginazione incline all’incongruenza del sogno.
1958
Alla fine dell’anno l’artista, dopo due anni di viaggi, torna a risiedere a Milano.
Realizza le immagini per le Poesie giovanili di Dylan Thomas, in una pubblicazione delle Edizioni del Triangolo di Milano con la traduzione di Roberto Sanesi.
Le opere di Dova rappresentano sempre più un mondo metamorfico e surreale, spesso angoscioso, popolato da esseri ibridi, strane fusioni di uomini, animali, vegetali e minerali.
Nasce il figlio Rocco.
1959
Difesa contrastata, grande tela di quindici metri quadrati presentata alla Quadriennale di Roma nell’inverno 1959-1960, testimonia perfettamente l’evoluzione della sua pittura.
1960
È invitato alla mostra Possibilità di relazione, curata da Enrico Crispolti, Roberto Sanesi ed Emilio Tadini alla Galleria L’Attico di Roma: Crispolti colloca l’opera dell’artista nell’ambito di un rinnovato interesse figurativo che coinvolge anche altri protagonisti dell’informale.
Gli esseri che popolano le tele diventano ancor più totemici e surrealisti e la cromia si evolve nel senso di una sempre maggiore luminosità.
Per la XII Triennale di Milano dipinge il soffitto del vestibolo nel quale si tiene la Mostra internazionale del vetro e dell’acciaio.
1961
Riceve la Medaglia d’Oro del Senato della Repubblica.
1962
Gli viene assegnata una sala personale alla XXXI Biennale di Venezia, in cui espone ventitré opere dal 1958 al 1962. La presentazione è di Guido Ballo.
Tristan Sauvage (Arturo Schwarz) pubblica Arte Nucleare, in cui riconosce a Dova un ruolo di primo piano nel rinnovamento della pittura in Italia. Partecipa alle selezioni per il Premio Guggenheim a New York.
Nelle sue opere lo spazio si espande, l’atmosfera si fa sempre più luminosa e i personaggi, prima aggressivi e disperati, diventano più accoglienti e gioiosi: all’angoscia delle tele precedenti si sostituisce progressivamente un nuovo rapporto più armonioso tra uomo e mondo.
1963
Tiene mostre personali a Milano e a Torino, alla Galleria Gissi, presentato da Emilio Tadini, dove espone le Teste e le Donne-uccello.
Nasce il figlio Pietro.
1964
Oltre ad alcune personali a Firenze e Venezia, gli viene dedicata una sala personale nella mostra Pittura a Milano dal 1945 al 1964, allestita a Palazzo Reale di Milano.
Tra il 10 e il 15 luglio, nella piazza Minoia di Arcumeggia, frazione del Comune di Casalzuigno in provincia di Varese, realizza l’affresco La corrida (200 x 200 cm), nell’ambito del progetto per un «borgo dipinto» promosso dall’Ente Provinciale per il Turismo nel 1956.
1965
Carla Pellegrini, attenta con Patrick Waldberg alla divulgazione del Surrealismo internazionale, organizza una sua personale a Milano, alla Galleria Milano, e lo introduce nel contesto olandese e belga con mostre ad Amsterdam e Bruxelles.
Peppino Palazzoli presenta alla sua Galleria Blu di Milano una mostra in cui espone i lavori di Dova e Crippa degli anni 1950-1953, sottolineando la loro centralità nelle poetiche informali e, più specificamente, spaziali e nucleari, di quel periodo.
1966
Vive tra Milano e Calice Ligure, dove ha uno studio. Qui dipinge tele ispirate ai riflessi dei fondali marini. Il blu diventa un colore quasi onnipresente, declinato in ogni sua tonalità e sfumatura.
Viene pubblicata la poesia La rondine di Guido Ballo, dedicata a Dova, sul numero 78 di «Letteratura».
1967
Entra in contatto con Gianni Schubert, proprietario della Galleria Arte Borgogna a Milano.
Un primo viaggio in Bretagna, compiuto sulle tracce di Gauguin e dei Nabis di Pont-Aven, lo colpisce profondamente, mostrandogli una natura ricca di fermenti simbolici. La straordinaria luce della Bretagna inonda le sue opere, in cui approfondisce la riflessione sulle profondità marine e realizza nuove tele di voli sull’acqua e giardini.
1968
Acquista una casa-studio in Bretagna dove, a partire da questo momento e per gli anni successivi, si trasferirà per lunghi periodi, lavorando in solitudine. In città risiede sempre meno, trascorrendo il suo tempo tra la Bretagna e Calice Ligure.
1969
In autunno presenta le prime opere (gauches) realizzate in Bretagna, alla Galleria dello Scudo di Verona, presentato da Mario De Micheli.
Inizia una copiosa produzione di tempere su carta che porterà avanti per tutti gli anni settanta e oltre. Una spiegazione di tale scelta si potrebbe rintracciare nelle «regole del mercato», ma è assai più probabile una spiegazione in ambito poetico: l’artista sembra sentire l’esigenza di liberarsi dal «peso» portato dalle opere su tela, rivolte a una non sempre serena indagine dell’inconscio, e aprirsi a nuovi spazi. Questo può spiegare la preminenza, nelle opere a tempera, di soggetti quali gabbiani o altre creature, ancora sì deformi e fantastiche, ma sempre meno attaccate alla terra e sempre più rivolte verso l’alto, pronte a spiccare il volo o già in volo, libere in cieli chiari e diafani.
1970
Inizia a sviluppare un particolare interesse per l’incisione e la litografia, realizzando opere grafiche a partire anche dai suoi lavori a tempera. La precisione del segno grafico e la scelta di colori sempre più luminosi sono caratteristiche che Dova trasferirà anche nella pittura.
1971
In questi anni il mondo dell’arte dedica grande spazio e molta attenzione al lavoro di Gianni Dova: eminenti critici scrivono di lui, importanti musei e istituzioni gli dedicano mostre e rassegne.
A fine anno si apre una sua mostra antologica nella Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano; a presentarlo è Franco Russoli.
1972
Muore, in un incidente aereo durante un volo acrobatico, l’amico di sempre Roberto Crippa. È per Dova un grandissimo dolore.
1973
Realizza il «drappellone» per il Palio di Siena del 15 agosto e partecipa alla Quadriennale di Roma.
1974
Vengono pubblicate due importanti monografie, una dal Musée de Poche di Parigi, a cura di José Pierre, e una dalla Galleria Borgogna di Milano, in cui vengono pubblicati o ripubblicati numerosi testi critici.
1975
Viene pubblicata una monografia da Prearo Editore, a cura di Franco Russoli, che si pone ancora oggi come opera fondamentale per una prima catalogazione generale dell’opera dell’artista.
Due incisioni, L’Alba e La Notte, vengono pubblicate in Dova e quanti, delle Edizioni Boccioni di Milano, con testo curato da Enrico Crispolti.
Dova elabora una serie di sei litografie intitolata Gli uccelli.
1976
Realizza il libro di serigrafie d’artista Racconto bretone (Aux deux amis, Edizioni d’Arte, Verona 1976) e cinque serigrafie per il libro d’artista a cura di Luigi Carluccio Le cose e le memorie: 5 poesie di Marcello Pirro, 5 grafiche di Dova, Pirro, Pozzati, Scanavino, Vedova (Edizioni C.R.P., Torino 1977).
1977
Prosegue la sua attività espositiva e realizza quattro serigrafie per l’edizione limitata Dalle parti del mare, un racconto di Luigi Cavallo.
1978
La Galleria Schettini di Milano gli dedica una mostra antologica con le opere della galleria dal 1944 al 1960.
Realizza la scenografia per il balletto Inverno, con le musiche di Niccolò Castiglioni, per il Teatro Massimo di Palermo.
Realizza un disegno con Ritratto di Apollinaire per il libro Apollinaire il profeta (Edizioni Galleria del Mappamondo, Milano 1978).
Nel suo lavoro si affacciano, dapprima timidamente e poi con sempre maggiore sicurezza, le civette, tra gli animali preferiti dall’artista, che popoleranno numerose opere da questo momento in avanti.
1979
Collabora con la rai alla realizzazione di un programma che lo vede protagonista: Visti da vicino. Incontri con l’arte contemporanea: Gianni Dova, pittore, in cui interagisce con il critico Raffaele De Grada e il conduttore televisivo Renzo Bertoni.
Realizza sette acqueforti per illustrare l’edizione limitata di 120 esemplari numerati di grande formato dell’Apocalisse di San Giovanni, edita da All’Insegna del Torchio di Milano e presentata da Ernesto Pisoni.
Nella sua produzione si intravede un cambiamento: il paesaggio, i fondi marini e la vegetazione iniziano a diventare i protagonisti assoluti delle opere, nelle quali gli animali, quando ci sono, sono completamente immersi, «fanno capolino», ammiccano e ci guardano quasi nascondendosi.
1980
Il cambiamento stilistico preannunciato l’anno precedente trova, nel corso dell’anno, definizione e solidità: è la Natura a diventare non solo fonte di ispirazione, ma anche «locus amoenus», esempio di equilibrio e perfezione incontaminata.
I fondali marini, popolati da piccole e colorate creature, occupano tutto lo spazio, dando una sensazione di totale immersione.
1981
Tra le altre, la mostra Il giardino di Dova alla Galleria Gastaldelli di Milano testimonia definitivamente l’avvenuto mutamento nella pittura dell’artista. Il colore, steso con pennellate sempre più libere, sempre più «a macchia», diventa il vero protagonista della sua produzione.
1982
Il «nuovo» Dova conquista sempre più spazio: gli vengono infatti dedicate numerose e importanti mostre personali, come quelle nel Palazzo Zanca, a Messina e nel Palazzo Mediceo di Seravezza.
1983
Oltre a esposizioni dedicate alla sua produzione recente, sue opere storiche vengono scelte per la mostra L’Informale in Italia alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, a cura di Renato Barilli e Franco Solmi.
1984
Oltre ad altre esposizioni, si apre una mostra antologica a Milano, al Circolo della Stampa, in cui viene presentato da Franco Passoni, e un’importante personale nel Palazzetto dell’Arte a Foggia.
1985
Oltre a numerose personali, partecipa anche al Grand Salon de Bretagne a Carantec e alla Fiera Internazionale d’Arte a Milano.
Per la mostra Il cinema n. 1, alla Galleria Gastaldelli di Milano, scrive lui stesso il testo di presentazione per la sua opera, intitolato Progetto per un film. Realizza il Gonfalone per la Giostra della Quintana di Foligno.
Viene redatta una prima tesi di laurea, presso l’Università Statale di Milano, riguardante la sua opera tra il 1945 e il 1960.
1987
Tra le altre, è da segnalare l’importante mostra dedicata alle sue opere recenti organizzata presso la Galleria Comunale di Arte Contemporanea di Arezzo.
Partecipa alla trasmissione televisiva della RAI TG1 Cronache. Nord chiama Sud, Sud chiama Nord, ospite insieme al pittore siciliano Salvatore Fiume e Romano Battaglia.
Viene redatta una seconda tesi di laurea relativa al suo lavoro, presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia.
1988
Oltre ad altre mostre, si apre a Pisa, presso la Saletta d’Arte Viviani, un’importante personale presentata da Nicola Micieli.
1989
Alterna lunghi periodi di lavoro nei suoi studi in Toscana, a Rigoli, e in Bretagna.
Viene redatta una terza tesi di laurea sul suo lavoro, presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.
1990
Muore il suo amatissimo figlio Rocco.
1991
Viene organizzata una mostra antologica itinerante, a cura di Claudio Spadoni, a Viareggio, Cesena e Mantova.
Si occupa della realizzazione del Carnevalotto, un’opera che viene consegnata ogni anno al carro vincitore del Carnevale di Viareggio.
Gianni Dova muore il 14 ottobre a Rigoli, presso Marina di Pisa, circa un anno dopo la perdita del figlio Rocco, il dolore più grande della sua vita.